domenica 13 ottobre 2013

Rotelli innesca la «bomba» Azienda unica


Rotelli innesca la «bomba» Azienda unica
 
Il presidente della Commissione sulla sanità spiazza la giunta e il Pd rilanciando la fusione tra ospedale e territorio. Telesca lo sconfessa
 
 
 
il guanto di sfida A Trieste ci si chiede perché esistono tante strutture diverse
Dal Piccolo. a firma di marco Ballico
 

di Marco Ballico TRIESTE «Questa è una bomba», dice l’assessore alla Salute Maria Sandra Telesca a Franco Rotelli un attimo dopo che il presidente della terza commissione ha ipotizzato l’accorpamento tra l’Ass 1 Trieste e gli Ospedali Riuniti. Fosse per lui, Rotelli unificherebbe pure le due aziende di Udine e Pordenone. Una «bomba», appunto. Che certifica la distanza tra giunta e Consiglio sulla riforma sanitaria. Succede a Trieste, a un forum del Pd. In chiusura dei lavori, quando Rotelli, ex direttore generale della territoriale triestina, lancia la proposta di semplificazione. In città, ma non solo. «I cittadini del Friuli Venezia Giulia – dice lo psichiatra pensando anche al Friuli – si chiedono perché esistono più aziende nella stessa città». Un endorsement per la riforma Tondo che puntava a ridurre le aziende territoriali da sei a tre? No, Rotelli non approva quel testo di legge. Il suo intervento, spiega, «è un doveroso contributo al dibattito». Fatto sta che non tutti apprezzano. Non in quel contesto. Anche se Telesca minimizza: «Scontro? Ma no, quella di Rotelli è stata solo una proposta prematura». Eppure la salute, una volta ancora, si conferma terreno di attrito politico, materia che divide le coalizioni. L’assessore, di certo, non appoggia Rotelli. Nemmeno entra nel merito, ma difende il metodo di una giunta «che guarda a tutto il territorio». E aggiunge: «Il presidente della commissione ha manifestato una possibile ricetta e io mi sono limitata a sostenere che è un po’ presto per giungere a conclusioni dato che, in questa fase, stiamo facendo un percorso di analisi. Sul tavolo ci sono spunti che vanno valutati prima nei territori e poi in un’ottica regionale». Telesca insiste sul metodo: «Su ogni criticità inizieremo a fare ragionamenti che possano condurre alle migliori soluzioni possibili. Dallo sviluppo della prevenzione al rapporto ospedale-territorio, è legittimo che gli addetti ai lavori possano avanzare le proprie idee. Dopo di che io devo tener conto di una visione complessiva, giacché mi occupo di preparare una riforma regionale. E, pur senza rigettare nulla a priori, non posso non rimandare il tutto a una prospettiva di ampio raggio». Rotelli, tuttavia, non arretra. Convinto che il tema vada messo in agenda. Sin d’ora. «Telesca perplessa? Tutte le proposte, fino a che non diventano realtà, sono premature. Abrogata la legge Tondo – dice il presidente della terza commissione –, si apre il quaderno della riforma che il centrosinistra, sia la giunta che la maggioranza, intende portare avanti. Non è una partita che si chiude domani, ma riempire di contenuti la questione mi pare produttivo. Ed è perciò ragionevole rilevare che a Trieste, dove le aziende sono addirittura tre, ma anche a Udine e a Pordenone ci si interroga per quale motivo debbano convivere strutture diverse. Se dobbiamo riformare il sistema, si deve ragionare sull’architettura, per capire se è funzionale alle esigenze di oggi o se può essere ridiscussa. Di certo i cittadini di Trieste non hanno capito ancora il motivo di tale sovraffollamento. E, francamente, nemmeno io». Il consigliere del Pd aggiunge altra carne al fuoco: «Si parla di semplificazione e di riduzione di costi, la riforma Tondo ha pure proceduto ad annettere aziende di territori diversi, e dunque mi pare legittimo prospettare l’unificazion di aziende che operano nello stesso territorio. È almeno un’opzione di cui discutere». Opzione che Aureo Muzzi, consigliere comunale triestino del Pd presente al forum, smonta peraltro senza dubbio alcuno: «Rotelli ha sbagliato, alla fine dell’incontro, a sollevare un passaggio così importante davanti all’assessore». Nel merito Muzzi è molto scettico sull’accorpamento triestino: «L’ex direttore sta “suicidando” una creatura, non sua, ma degli operatori e dei pazienti. Se fuso con l’ospedale, il territorio verrebbe ridimensionato. E l’ospedale non avrebbe più l’obbligo della cardiochirurgia, della neurochirurgia e della chirurgia toracica. Con inevitabile calo di risorse e personale». 

giovedì 19 settembre 2013

Mal di TAC

Noto che la bocciatura della delibera sulla TAV/TAC (argomento complesso, anche riguardo la
tratta in questione VE/TS) proposta dalla Giunta è stata accolta con soddisfazione da alcuni, sia alleati sia avversari. C'è un mix di rispetto dell'ambiente (condivisibile), paura del progresso tecnologico (con l'illusione che questo sia secondario al benessere economico e al welfare che vorremmo) e una certa rabbia verso questa amministrazione comunale e soprattutto verso il PD, considerato un'accozzaglia di borghesi che hanno ripudiato la lotta di classe (vero) e  i veri valori della sinistra e del rispetto dell'ambiente (non è vero), di cui solo" loro"sono i veri portatori. Il PD sta attraversando una fase difficile, su cui ora non mi dilungo, ma rappresenta un punto di riferimento per coloro che hanno ben presente i problemi e che sono in grado di presentare proposte praticabili. Quando mi chiederanno "Ma cosa avete fatto sinora?", risponderò che abbiamo cercato di far uscire Trieste dal suo isolamento e dalla sua regressione, con questa delibera e con altre azioni, come la continuazione dell'attività della Ferriera. Interventi complessi, nei quali non ci sono soluzioni facili. Ma ci abbiamo messo il massimo del nostro impegno, rifuggendo da populismi, anche di sinistra, e superficialità emotive, che rappresentano un vero pericolo per la buona amministrazione della nostra comunità. 

mercoledì 18 settembre 2013

Sanità triestina, torti, distorti

Compaiono recentemente sul Piccolo proteste di lettori verso la sanità triestina ritenuta da terzo mondo o per segnalare ipotetiche ingiustizie commesse nei confronti dei pazienti. Non posso condividere alcune di queste lamentele, che appaiono come interventi che nulla hanno a vedere con il desiderio di migliorare un bene comune, quale è la sanità.
Vorrei sottolineare alcuni punti.

  1. La sanità della nostra regione e di Trieste è di alto livello. Ho avuto occasione più volte di parlare con pazienti inglesi e americani che si sono complimentati per le cure ricevute, definite superiori allo standard dei loro paesi (per gli USA va fatto riferimento alle più comuni assicurazione di livello medio e medio alto).
  2. La crisi economica obbliga ad intervenire su sprechi, eccessi e ridondanze, anche se sinora  è stato possibile mantenere sempre alto il livello qualitativo. Ovviamente qualcuno protesta e protesterà sempre ritenendo che un intervento sia uno spreco per altri ma non per sé.
  3. La trasparenza del sistema e la partecipazione dei cittadini attraverso i loro rappresentanti è ancora carente nella nostra sanità e va assolutamente migliorata. È anche debole però il senso di responsabilità di alcuni cittadini che intendono vedere come torto ciò che non va nella direzione da loro voluta, anche se appropriato sul piano delle migliori evidenze scientifiche.
  4. Io ritengo che la professionalità degli operatori sanitari triestini sia alta e vada rispettata, salvo intervenire dove sia necessario, in rapporto a giustificati motivi.
  5. Veniamo da cinque anni di una gestione disattenta della sanità da parte della giunta Tondo. Nonostante ciò, i professionisti della sanità, dirigenti aziendali compresi, si sono impegnati per dare il massimo, con sacrifici personali non sempre facilmente sostenibili. L'assessore regionale Telesca sta dando confortanti segnali sul metodo e sulla linea di lavoro che si dovrà perseguire. Poco si potrà fare però se non vi sarà una convinta coesione tra i professionisti della sanità e i cittadini con i loro rappresentanti per seguire le logiche di una sanità basata sul senso di una comunità solidale e le migliori evidenze scientifiche, cliniche e organizzative. 

domenica 8 settembre 2013

Renziani a Trieste

Oggi è stato pubblicato un articolo a tutta pagina sul Piccolo riguardo ai nuovi riallineamenti in
casa del PD triestino, verosimilmente in vista del congresso. Alcuni direttamente, altri in seguito all'endorsement di Franceschini, hanno dichiarato che stanno con Renzi. Meglio un po' più tardi che mai. La motivazione più frequente: “ E' finita un epoca, bisogna prenderne atto. Solo Renzi sa interpretare la nuova fase che si sta delineando”. La strada non sarà così semplice, non credo che basti un semplice riallineamento. Molti dei valori delle forze che hanno dato vita al PD e la serietà dell'impegno di tanti sono ancora vivi. Il tutto andrà ritarato, condiviso con l'elettorato più ampio possibile e non dovrà essere dimenticato.
Peccato che il giornalista non abbia fatto cenno alcuno all'esistenza di una sparuta (all'interno del PD) avanguardia di renziani che hanno aderito al progetto di Matteo Renzi sin dall'inizio. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, dai più divertenti (Bersani è un leader concreto, esperto, affidabile e capace di rivolgersi alle persone più serie) alle offese peggiori. Ma abbiamo creduto e crediamo ancora al progetto di Matteo Renzi.

L'importante è ora far risaltare le potenzialità non solo di una persona, ma di tutto il Partito Democratico, che non deve dimenticare di essere il veicolo di tante speranze, di sogni e dell'impegno di tanti, per sconfiggere in primis le sue titubanze e le sue nostalgie. Dopo sarà più semplice presentarsi come affidabile punto di riferimento contro populismi e delusioni varie.  

mercoledì 4 settembre 2013

Renzi e Letta, chi è il più ...

 Marina Sbisà mi scrive.
Aureo, spiegami questo mistero: Renzi si è sempre vantato che lui lo voteranno anche persone di destra, e così vincerà. Ma dopo che avrà vinto col voto di quelli di destra che cosa farà? non sarà forse in debito con loro così come Letta oggi è condizionato dal PdL nel governo? Ma allora quale è la differenza fra un Renzi e un Letta visto che tutti e due si appoggiano alla destra? o perché Renzi deve essere meglio di Letta?

Le ho risposto così.

Quello che farà uno dopo le elezioni non si sa mai. Per ora Bersani, di fatto, ci ha portato all'alleanza col PdL.
La differenza Enrico Letta / Renzi: il primo è stato nominato da Napolitano, non con un voto popolare e non ha fatto/detto nulla per superare Renzi nell' immagine di vincitor; il secondo ha mostrato come si può vincere, mentre gli altri, in testa Bersani, dietro Letta, erano/sono capaci di sbagliare un rigore a porta vuota.

Il voto di quelli di destra. Destra e sinistra sono ancora ben diverse, ma la gran parte degli elettori sono un mix delle due aree. Se a uno togli i blocchi passati (comunismo &SIMILI e il fascismo, con i vari anti), lo trovi più libero di seguirti su aspetti nuovi. Per es. alcuni aspetti del welfare, come sanità, scuola, sociale, pensione vanno bene anche a molti di destra. Idem il contrario, sia in termini positvi come il merito, sia negativi, come l'immigrazione. La sinistra che vagheggiano molti è spesso uno slogan, che serve per mantenere voti o pretendere vantaggi per sé ma non per condiverli , vedi il raporto garantiti/ precari o la lotta passata x difendere le vergognose baby pensioni. Una sinistra che pretende per sé e non lotta anche per altri è conservatrice. Progressismo è continuo cambiamento, adeguamento alla realtà. Dobbiamo passare dalla lotta di classe (che molti intendono poveri contro ricchi, pronti ad abbandonarla appena salgono di classe sociale) al liberalismo, la valorizzazione dell'individuo, legato ad altri da valori sociali. Non certo individualismo egoista o liberismo. In questa situazione ci muoviamo, con una credibilità scarsa dei politici e della politica Si vince con il 50% + 1, non ritenendo di essere i migliori, magari sbagliando. Perché non esiste uno scontro tra giusto (la sinistra)e sbagliato ( la destra, seppur democratica, come quella liberista), che noi confondiamo con populismo o fascismo.

Renzi ha capito che sono cambiati i tempi, che la sinistra conservatrice sbagliera' sempre i rigori e sta proponendo una nuova sinistra, liberal sociale, che è l'unica in grado di governare realmente. Se capirà che dovrà convincere anche l'anima laica della bontà del suo progetto, avremo probabilmente (sottolineo probabilmente) il leader in grado di portarci fuori dal pantano, anche con l'aiuto di Letta. Scusa la lunghezza, ma una risposta sintetica non ti sarebbe bastata

lunedì 2 settembre 2013

Lividoso, lividosia e critica

Livio Damini, che non ho il piacere di conoscere, ha replicato alla mia nota sulle primarie del PD, commettendo un errore che stravolge la sua   
 tesi.
Non certo proponendo i metodi del PCI per sostituirli a quelli del PD. Ognuno è libero di vivere solo di nostalgie. Non certo definendo lividoso il mio tentativo di rendere migliore il PD. Una volta sarei stato considerato un nemico del popolo e qualcuno avrebbe chiesto la mia testa. Va già meglio, anche se ognuno risponde come può quando non ha argomenti da contrapporre.
L'errore consiste nel richiamarsi allo statuto del PD che prevederebbe, secondo lui, la partecipazione al voto per il suo segretario nazionale solamente degli iscritti. Possono partecipare invece iscritti ed elettori del PD. Questo ho evidenziato, cercando di spiegare perché questa sia la soluzione migliore in questo momento.
La strada per risolvere le inadeguatezze storiche e recenti dell'Italia è più lunga di quello che pensiamo, anche perché molti che si riconoscono nella sinistra (spero avendo obiettivi comuni), preferiscono distinguersi per evidenziare ciò che divide piuttosto che ciò che unisce.

lunedì 5 agosto 2013

Il PD ritorni agli elettori, non appartiene agli oligarchi delle correnti.

La proposta di far eleggere il segretario al prossimo congresso del Partito Democratico solamente dagli iscritti, viene presentata da molti come un normale aggiustamento delle primarie. Con l’attuale partito, gestito in gran parte dagli oligarchi delle correnti e in difficoltà a presentarsi come alternativa credibile a questo centrodestra, è oramai chiaro che non basta l’antiberlusconismo non solo per  vincere, ma anche per far esistere un partito in grado di governare.
 Serve un PD forte, coeso, che rappresenti la sinistra capace di superare la crisi della socialdemocrazia postcomunista e che sia “per” (governare equamente il Paese) e non “contro” (i ricchi).  Per questo, dal congresso deve emergere una leadership autorevole e condivisa, non un segretario di facciata che consenta a tutte le correnti di continuare con le loro manfrine. Appaiono pertanto ambigui i tentativi di far prevalere l’idea che il segretario debba essere votato dagli iscritti e il candidato presidente del consiglio dagli elettori del PD, per non indebolire il governo Letta (già debole per altri motivi). Questa divisione dei ruoli è funzionale invece alle vecchie volpi per estromettere Renzi, l’unico che appare in grado di convincere una maggioranza di italiani a votare PD. Ci sarebbe una certa logica in tutto ciò se fossimo in una situazione stabile, ma non in questa estremamente precaria (crisi e economica, ancora forte il populismo egoista del berlusconismo, debole la credibilità e l’identità del PD). Si vuole far passare questa ipotesi come ovvia, sorvolando sul fatto che le varie regole elettorali non sono perfette e “spostabili” nelle varie situazioni, ma risentono delle condizioni storiche e attuali di un paese o di un partito e che devono trovare un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. 
Chi rappresenta ora il PD? Tutti gli elettori che si riconoscono nei suoi valori, ideali e programmi? I dirigenti con i vecchi militanti, sempre convinti di essere nel giusto, ma incapaci ad adeguare la gloriosa sinistra (che tanto ha fatto per portarci a questo grado di benessere sociale ed economico) ai tempi attuali? Per governare un paese in difficoltà serve avere un progetto credibile e un largo seguito, perché altrimenti non si governa per il bene comune, ma solo per il potere e per i privilegi, possibili anche se si è all’opposizione. 
Il congresso dovrà rispondere a tutto ciò. A tal fine vanno considerati due aspetti: il rapporto tra le regole elettorali e il partito che si vorrebbe (l’identità) è molto stretto; se ci sono dirigenti (che fanno le regole elettorali) intelligenti e corretti si può arrivare a un equilibrio tra forza di un partito (governabilità)  e partecipazione (rappresentanza). Altrimenti vincono i populisti delle correnti, facendo leva sulla nostalgia della socialdemocrazia postcomunista.
Perché questa ambiguità? Gli oligarchi sanno che se vince Renzi, non c'è futuro per loro, per chi ha distribuito con una mano vuoti slogan di una sinistra spesso nostalgica e talora retorica, mentre con l’altra teneva ben stretta la sua poltrona. Quando questa cupidigia diventa prevalente rispetto al mandato degli elettori, non c’è più credibilità e quindi la strada verso la frammentazione è avviata.  

Il PD deve trovare la sua identità e credibilità e condividerla col suo elettorato, ben più ampio di quello attuale. Proporre soluzioni ai problemi dell’Italia. Suscitare passione e speranze, perché politica non è solo interesse. Essere sinistra che sappia coniugare la difesa dei più deboli con lo sviluppo sostenibile economico, sociale e culturale dell'Italia. Solo cosi, con le primarie aperte, si può sostenere il PD per aiutare l'Italia. Facendo diversamente, ci chiuderemmo anche noi nel buio del populismo, questa volta però di sinistra.