sabato 5 novembre 2016

Welcome in Muggia

"Ma invece che il solito sistema cattopiddino di frignarsi, interrogarmi e fare un cazzo, perché troppo snob...una bella contro manifestazione in contemporanea ... "Così Silvio Postogna.
Si arriverebbe a uno scontro di piazza (!) senza far valere le ragioni dell’ accoglienza cristiana e laica.
I muggesani però potrebbero portare il loro “Benvenuto” con qualche piccolo dono, come si usava una volta. Si può fare?

giovedì 3 novembre 2016

Referendum, un'occasione per non litigare e imparare a restare sul tema



Che barba! Anche da Lilly Gruber si comincia a litigare. Ovviamente sul referendum. Da qualche giorno non guardo più 8e 1/2, l'unica trasmissione politica ascoltabile senza farmi venire l'orticaria da ascolto di pseudoarrabbiati. Per fortuna oggi l'articolo di Pizzetti sul piccolo mi riconcilia col tema referendum, che rischiava di nausearmi di qualunque tema politico. Anche perché qua tutti si dichiarano anti quello o quell'altro più che altro perché non capiscono nulla di questa riforma costituzionale.
" Referendum, le tre obiezioni. di franco pizzetti. Nel dibattito sul referendum sono emerse posizioni contrarie alla riforma che giustificano un approfondimento sia nel merito che nella concezione di democrazia che ne è alla base. La prima obiezione è che la riforma sarebbe viziata in radice perché approvata da una maggioranza superiore a quella assoluta, ma col voto contrario, o la non partecipazione alla votazione finale, di larga parte delle due Camere. Il presupposto che è la modifica della Costituzione richiederebbe un consenso amplissimo dei rappresentanti del popolo italiano. Il fatto è che non è questa la scelta fatta dal Costituente che, all’articolo 138 della Costituzione, ha esplicitamente previsto che è sufficiente una maggioranza pari a quella assoluta, fermo restando che in mancanza dei due terzi dei consensi è possibile il ricorso al referendum. Non è questione di forma ma di sostanza. La Costituzione non ha voluto imporre alle generazioni future vincoli maggiori di quelli che ebbe la stessa Assemblea costituente, per le cui decisioni era sufficiente la maggioranza assoluta. In sostanza non si è voluto rendere più difficile riformare la Costituzione di quanto non fosse stato approvarla. Affermare che, indipendentemente da quanto previsto dall’articolo 138, ogni riforma costituzionale non sia politicamente legittima a meno che non si raggiunga un quorum pari o superiore ai due terzi, significa concepire la Costituzione non come la regola fondamentale dell’ordinamento, ma come un freno al diritto della maggioranza di ogni generazione di darsi le regole costituzionali più adatte al proprio tempo. La seconda obiezione è che non sarebbe politicamente corretto che la riforma costituzionale sia presentata dal governo, anche quando essa non tocca in alcun modo i diritti fondamentali dei cittadini né le loro libertà. A parte che questo è già accaduto con la riforma del 2008, presentata dal governo Berlusconi e poi respinta dal voto popolare, ritenere che il governo non possa esercitare il potere di indirizzo anche rispetto alla riforma costituzionale, implica di nuovo concepire la Costituzione non come il quadro fondamentale che regola la vita democratica ma come il freno alla legittima potestà della maggioranza assoluta degli eletti dai cittadini di decidere del proprio futuro, anche modificando il dettato costituzionale rispetto all'ordinamento della Repubblica. Sulla stessa linea è anche la terza obiezione secondo la quale la riforma costituzionale conterrebbe una netta scelta antiparlamentare, orientata unicamente a rafforzare il governo. La premessa di questa tesi è duplice. Da un lato riguarda il fatto che una delle due Camere non è più eletta direttamente dai cittadini e rappresenta non gli elettori come tali ma le istituzioni territoriali. Si vede infatti in questo un indice di indebolimento del Parlamento e, di conseguenza, un forte rafforzamento dell’esecutivo. La possibilità per il governo di chiedere che un disegno di legge sia esaminato entro settanta giorni e quella di presentare disegni di legge in materie riservate alle regioni quando lo richieda la salvaguardia dell’unità economica e sociale della Repubblica oppure la tutela dell’interesse nazionale vengono viste come prova di tale rafforzamento. Da un altro lato, i sostenitori dell’indebolimento del Parlamento considerano la legge elettorale per la Camera, con la previsione del premio di maggioranza e dell’eventuale ballottaggio tra le due prime liste, una ulteriore conferma che lo scopo ultimo è la primazia dell’esecutivo. Sia l’uno che l’altro argomento non reggono. La nuova composizione del Senato non incide affatto sulla forma di governo, che resta parlamentare perché fondata sul nesso di fiducia che lega il governo alla Camera. La sola innovazione è che, come avviene ormai in tutte le democrazie parlamentari, la fiducia è data e negata da una sola delle due camere, quella appunto che è eletta direttamente dai cittadini. Ancor meno ragionevole è la tesi che le legge elettorale con il premio di maggioranza e l’eventuale ricorso al ballottaggio renderebbe, di per sé sola, il governo scaturito dalle elezioni fortissimo e sostanzialmente inamovibile. Quello che conta è che l’esecutivo deve avere la fiducia della Camera. Quale che sia la legge elettorale e il premio di maggioranza previsto, niente può garantire che nel corso della legislatura non si formino nell’assemblea parlamentare nuove e diverse maggioranze, costringendo il governo a dimettersi per dar vita ad altri esecutivi. In sostanza, nessuna delle tesi principali dei sostenitori del No regge a un esame approfondito. Cosa lega però tra di loro queste obiezioni? Credo che la risposta sia semplice. Al fondo della visione costituzionale ereditata dal nostro complicato passato sta l’idea di una democrazia essenzialmente rappresentativa e sostanzialmente consociativa, nella quale i poteri reciproci di veto prevalgono sul corretto gioco fra maggioranza e opposizione. Di qui la paura di una riforma fatta a maggioranza assoluta, anche in assenza di un consenso più ampio. Di qui la diffidenza verso una Camera eletta sulla base del premio di maggioranza. E di qui il timore che il sistema elettorale basato su un premio di maggioranza legato a un eventuale ballottaggio, possa rendere il governo così forte da poter dominare la Camera, e la Camera così debole da subire sempre e comunque il dictat del governo. Siamo così arrivati al punto centrale della campagna referendaria. Ancora una volta la scelta è fra la conservazione di una democrazia basata sul potere di interdizione, e una riforma innovativa che privilegia la cooperazione tra le istituzioni territoriali nel Senato, ma favorisce la democrazia decidente nel rapporto tra elettori ed eletti e tra Camera e governo. Una democrazia nella quale i cittadini hanno il diritto di scegliere chi deve governare e il governo ha il diritto di esercitare il potere di indirizzo e di scelta fino a che goda la fiducia della Camera. Questo è il centro della questione. Questa è la scelta vera che gli italiani sono chiamati a compiere. "

martedì 25 ottobre 2016

Gli elettori ci avvertono: sconfitti in 4 comuni

Perso 4 su 4 a opera di un centrodestra a traino della Lega, anche a Monfalcone e Ronchi, da sempre a maggioranza di centrosinistra. M5S ridimensionato. Il vecchio avanza? Più che altro temi nuovi (immigrazione per primo) lasciati alla gestione dei populisti. Mi chiedo se qualcuno voglia andare serenamente ai prossimi appuntamenti elettorali con questo approccio all'elettorato. Comincerei ad ascoltare le ragioni di chi non vota questo Pd, a partire dagli astenuti.

domenica 9 ottobre 2016

La morte di Giulio Regeni non ha colore politico

Le incomprensibili modalità con le quali si è arrivati alla rimozione urgente dello striscione che chiede “Verità per Giulio Regeni” stravolgono l’umana pietà e indicano che non c’è rispetto per quello che gli è successo e per il dolore di chi gli vuole bene. La tortura e la morte del nostro concittadino appartengono alla coscienza di una società civile, non certo di una specifica parte politica, destra o sinistra che sia.
 C’è un certo imbarazzo nel centrodestra tanto da indicare l’inutilità politica e umana della rimozione, ma i vari distinguo per giustificarla non fanno che allontanare la soluzione di questa tragica vicenda. Se era solo un problema di assuefazione alla sua vista, si poteva discutere in Consiglio comunale, soprattutto in relazione a un regolamento per l’esposizione di striscioni sulla facciata del municipio.
Continuare lo scontro politico non può che portare a ridimensionare il dramma di Giulio Regeni per entrare nel mondo delle ripicche di una politica di basso livello che non fa onore a Trieste.Va ricordato anche che il governo italiano deve fare rispettare l'Italia all'estero. Per dignità nazionale e per far sentire sicuri e protetti tutti gli Italiani che lavorano e vivono all'estero
A questo punto, per evitare inutili ulteriori polemiche, perché i capigruppo non rimettono tutti insieme lo striscione sulla facciata del nostro municipio, anche temporaneamente? E poi si decida insieme, al di fuori delle polemiche, la sua collocazione migliore, che può anche essere in una sede diversa dalla precedente.

martedì 27 settembre 2016

Un caso di TBC a Trieste. Situazione sotto controllo sanitario

Sento tanta preoccupazione per la paura del contagio della TBC da parte di un operatore sanitario che vaccinava i bambini. E' comprensibile soprattutto per chi ha figli vaccinati in questa situazione e comprendo bene il loro stato d'animo. Ma la tbc e' una malattia che si trasmette quasi esclusivamente con un contatto stretto (dormire nella stessa stanza) e continuato, praticamente mai per uno fugace come in questo caso. Bambini piccoli vissuti in famiglie di soggetti affetti da TBC raramente si sono ammalati. Tra l'altro io come altri ho lavorato per anni a stretto contatto con pazienti affetti da Tbc, senza misure protettive e non ricordo colleghi che si siano ammalati. Comunque immagino che i bimbi verranno controllati in modo tale da evitare conseguenze pericolose che ritengo comunque estremamente improbabili.

sabato 13 agosto 2016

Collaborazione e non contrapposizione tra medico e paziente

Finalmente qualcuno parla apertamente della vera base di un pensiero giacobino diffuso tra alcuni che si occupano di sanità: il nemico del paziente è il medico e quindi va sconfitto, come più o meno sostiene Pier Aldo Rovatti nel suo articolo pubblicato sul Piccolo il 12 agosto. Concordo che un malato richieda un'attenzione speciale anche se l'umanizzazione del rapporto medico-paziente dipende da tanti fattori, tra cui la pressione esercitata dal sistema sui professionisti della sanità che sembrano talora un limone da spremere. Questi non sempre hanno la giusta serenità per dare quell'attenzione speciale che spesso il paziente non ottiene come vorrebbe, tanto da trovarla comunque inadeguata.

Penso che taluni medici possono creare direttamente ostacoli al miglior funzionamento della sanità per interesse privato (legittimo o meno) o indirettamente per vari motivi. Questi possono essere le scarse conoscenze scientifiche (ci sono “solamente” 10.000 riviste mediche mensili da leggere ogni mese per essere aggiornati al 100%), le delusioni per non riuscire a salvare tutti i malati, le frustrazioni per la complessità del lavoro e il pesante stress lavorativo, il cosiddetto burnout (i medici dell'area d'emergenza sono i più colpiti tra tutte le professioni). Immagino che anche quello del filosofo deve essere terribile.

Ma la sanità è sistema complesso con tanti protagonisti oltre ai medici, come gli infermieri, i vari tecnici, i manager, i politici, l'industria farmaceutica, i media e i pazienti stessi. Questi ultimi non sono sempre vittime del sistema, in quanto talora richiedono o pretendono esami inutili, collaborano al loro percorso diagnostico-terapeutico in media solamente nel 25% dei casi e ricorrono alle vie legali molto frequentemente senza una reale giustificazione. Questo può creare una comprensibile anche se ingiustificabile medicina difensiva che alla fine solleva tante critiche.

I muri tra sanitari e utenza vanno abbattuti, ma non in modo unilaterale e non applicando direttamente i principi filosofici di tanti tra cui Foucault, vero guru di questo pensiero giacobino. La filosofia aiuta a mettere in discussione le nostre certezze e a esplorare nuove possibilità di conoscenza, ma non certo a trovare soluzioni praticabili nell'immediato.

La riforma sanitaria del Friuli Venezia Giulia di cui parla Rovatti nel suo articolo e di cui spero di poter parlare a breve, necessita di partecipazione e condivisione, non certo di questa inutile e ingiustificata contrapposizione.




giovedì 28 luglio 2016

I posteggiatori delle Rive

Gianfranco Carbone critica la decisione del Comune di spostare i parcheggiatori abusivi sulle rive, sostenendo che questo non risolve il problema e "…:Questo innescherà altre reazioni e di ordinanza in ordinanza si inaspriranno le tensioni. Poi si dirà che vanno espulsi (ma da chi?), qualcuno immaginerà di nuovo ronde per far rispettare la legge è così via". A me questi parcheggiatori danno fastidio, ma capisco il loro dramma. Spostarli non e' ne'un problema di democrazia ne' la soluzione. La realtà è che vorremmo aiutarli ma non sappiamo come. O meglio, deleghiamo alla Caritas perché non abbiamo il coraggio di condividere con loro neanche i nostri avanzi. E nel nostro sistema democratico- "capitalista" e' più facile abbandonarli, perché il modello di società pensato anni fa non va più bene alla luce delle novità, come le migrazioni, la globalizzazione e il terrorismo islamico.