lunedì 5 ottobre 2015
lunedì 28 settembre 2015
Un pomeriggio a Valmaura 2° puntata
Son tornato a Valmaura dopo l’arrivo dei richiedenti asilo, dopo
ché Ezio Stancich mi ha invitato a
conoscere alcuni suoi amici. “Vedrai che loro ti racconteranno bene la
situazione !”. Un po’ incuriosito entro nel bar, dove stanno chiacchierando e
giocando a carte. Ezio mi presenta e cominciamo a parlare. Tony mi racconta della
sua esperienza di minatore in Belgio, tempi duri quelli e che chiude bene alla
sera le imposte. Christian mi racconta
delle difficoltà di gestire un ristorante e Fulvio mi dice :”Prima gli
italiani!”. E poi altri “Che li facciano
lavorare” “ Non possono per legge internazionale “ Che cambino la legge!”. “
Non s i può” . Poi viene fuori sempre il fatto che hanno i cellulari, i
problemi degli italiani, il governo che
dovrebbe fare di più , che se hanno i soldi per venire qua , devono averne di
soldi e così via. A un certo punto si son messi a discutere tra di loro e molti
hanno chiarito tanti punti controversi, che non erano altro che parole riferite
ma non suffragate dai fatti. Alla fine, c’era opinione generale che questi
richiedenti asilo scappano perché hanno grossi problemi e che vanno aiutati ma
non a scapito degli italiani. Son sempre
più convinto che gran parte delle comprensibili preoccupazioni e diffidenze
nascano tanto da un’informazione incompleta e che i problemi da loro sollevati
non sono inconsistenti. Un pomeriggio
nel quale ho sentito tante storie di umanità
varia e sensibile. Se hanno cambiato un minimo in positivo la loro opinione è solamente
merito della discussione molto partecipata nella quale tutti hanno contribuito.
Tornerò.lunedì 21 settembre 2015
I rifugiati, le ronde e le paure. A Valmaura per capire
Sono andato a Valmaura per capire cosa pensano i residenti dell’arrivo dei richiedenti asilo nel capannone di Rio Primario. Ho cominciato entrando in un bar e ho chiesto alla barista se avesse l’impressione che ci fosse preoccupazione riguardo quest’arrivo. Ce ne era molta e non era un’impressione, ma una convinzione, tanto che raccoglievano firme nei bar e “tutti firmano”. Ho girato nei bar e nelle strade e questo mi ha consentito di parlare con parecchie persone, tanto da raccogliere una serie di commenti.
C’è preoccupazione (“rubano”;”porteranno droga e malattie”;“con i lavori socialmente utili porteranno via lavoro ai locali disoccupati”…) e diffidenza (“hanno un'altra cultura”;“scappano solo uomini, quindi sono vili se lasciano la famiglia in zona di guerra”;”girano in gruppo e nei bus non lasciano il posto alle anziane”; hanno cellulari costosi!”; “le nostre donne non sono sicure”…), ma non paura.
Mi hanno manifestato la preoccupazione che si fronteggino gruppi di giovani locali e i rifugiati. Questo sembra anche a me un problema reale, soprattutto se alimentato dalle “ronde di volontari” che potrebbero creare un pericoloso spirito di emulazione dei personaggi di tanti film. Nell’insieme, però, non ho incontrato sentimenti realmente ostili, anzi, anche molta comprensione delle difficoltà dei richiedenti asilo (“il nuovo spaventa sempre”;”scappano dalla guerra”;“avranno freddo d’inverno in quel capannone”), assieme a tanta preoccupazione, alimentata certamente anche dalla raccolta di firme per motivi elettorali contro questa temporanea presenza, non certo per affrontare il problema. I firmatari hanno trovato evidentemente solamente questa possibilità per farsi sentire.
Penso però che un’opera attiva di comprensione del nuovo fenomeno potrebbe ancora ridimensionare queste comprensibili preoccupazioni e diffidenze, tanto da evitare possibili tensioni. È comprensibile che chiunque desideri tutelare le conquiste sociali ed economiche e la stessa composizione sociale di un paese, ma questo non deve demonizzare il nuovo, perché si arriverebbe a una rigidità che blocca il dinamismo, principale motore dello sviluppo sociale ed economico.
Trieste è in prima linea e non può esserlo da sola. Il problema deve essere affrontato a livello europeo. E non basta dire genericamente che vanno aiutati. Come non basta più dire “non li voglio qui”. Gli interventi vanno fatti in modo tempestivo ed efficiente senza che i triestini ne siano svantaggiati.
Il Comune di Trieste ha scelto l'accoglienza diffusa, una delle risposte più efficaci in Italia. Ora ha promosso una raccolta di vestiti e coperte stimolando così una solidarietà, che si era già manifestata con la marcia degli scalzi. Questa ha smosso sicuramente delle sensibilità, anche perché ora è necessario che si comprenda che questo tipo di migrazione potrà ripetersi e non si può fermare certo con le armi o con i muri.
Mi chiedo però se Trieste sia in grado di essere parte attiva di un welfare moderno. Deleghiamo solo alla politica e al volontariato quello che potremmo fare in molti? A cominciare dall’ascoltare le loro storie, a coinvolgerli in un processo d’integrazione, anche se temporanea, facendo conoscere loro le nostre leggi e i nostri costumi, ma anche aiutandoli attivamente almeno con quello che per noi è superfluo. Molte volte ci rifiutiamo inconsapevolmente di fare anche questo. Nessun buonismo inutile, ma comprensione del presente per avere un futuro in cui siamo protagonisti, e non confusi e indifferenti. Un Paese che non può contare sulla partecipazione popolare non ha un gran futuro. Anche l’Europa deve capire cosa vuol fare da grande, ma noi possiamo esprimere intanto solidarietà e sforzarci di intervenire e capire meglio quanto sta accadendo, dal punto di vista di una visione del modello di società che vogliamo.
C’è preoccupazione (“rubano”;”porteranno droga e malattie”;“con i lavori socialmente utili porteranno via lavoro ai locali disoccupati”…) e diffidenza (“hanno un'altra cultura”;“scappano solo uomini, quindi sono vili se lasciano la famiglia in zona di guerra”;”girano in gruppo e nei bus non lasciano il posto alle anziane”; hanno cellulari costosi!”; “le nostre donne non sono sicure”…), ma non paura.
Mi hanno manifestato la preoccupazione che si fronteggino gruppi di giovani locali e i rifugiati. Questo sembra anche a me un problema reale, soprattutto se alimentato dalle “ronde di volontari” che potrebbero creare un pericoloso spirito di emulazione dei personaggi di tanti film. Nell’insieme, però, non ho incontrato sentimenti realmente ostili, anzi, anche molta comprensione delle difficoltà dei richiedenti asilo (“il nuovo spaventa sempre”;”scappano dalla guerra”;“avranno freddo d’inverno in quel capannone”), assieme a tanta preoccupazione, alimentata certamente anche dalla raccolta di firme per motivi elettorali contro questa temporanea presenza, non certo per affrontare il problema. I firmatari hanno trovato evidentemente solamente questa possibilità per farsi sentire.
Penso però che un’opera attiva di comprensione del nuovo fenomeno potrebbe ancora ridimensionare queste comprensibili preoccupazioni e diffidenze, tanto da evitare possibili tensioni. È comprensibile che chiunque desideri tutelare le conquiste sociali ed economiche e la stessa composizione sociale di un paese, ma questo non deve demonizzare il nuovo, perché si arriverebbe a una rigidità che blocca il dinamismo, principale motore dello sviluppo sociale ed economico.
Trieste è in prima linea e non può esserlo da sola. Il problema deve essere affrontato a livello europeo. E non basta dire genericamente che vanno aiutati. Come non basta più dire “non li voglio qui”. Gli interventi vanno fatti in modo tempestivo ed efficiente senza che i triestini ne siano svantaggiati.
Il Comune di Trieste ha scelto l'accoglienza diffusa, una delle risposte più efficaci in Italia. Ora ha promosso una raccolta di vestiti e coperte stimolando così una solidarietà, che si era già manifestata con la marcia degli scalzi. Questa ha smosso sicuramente delle sensibilità, anche perché ora è necessario che si comprenda che questo tipo di migrazione potrà ripetersi e non si può fermare certo con le armi o con i muri.
Mi chiedo però se Trieste sia in grado di essere parte attiva di un welfare moderno. Deleghiamo solo alla politica e al volontariato quello che potremmo fare in molti? A cominciare dall’ascoltare le loro storie, a coinvolgerli in un processo d’integrazione, anche se temporanea, facendo conoscere loro le nostre leggi e i nostri costumi, ma anche aiutandoli attivamente almeno con quello che per noi è superfluo. Molte volte ci rifiutiamo inconsapevolmente di fare anche questo. Nessun buonismo inutile, ma comprensione del presente per avere un futuro in cui siamo protagonisti, e non confusi e indifferenti. Un Paese che non può contare sulla partecipazione popolare non ha un gran futuro. Anche l’Europa deve capire cosa vuol fare da grande, ma noi possiamo esprimere intanto solidarietà e sforzarci di intervenire e capire meglio quanto sta accadendo, dal punto di vista di una visione del modello di società che vogliamo.
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lunedì 3 agosto 2015
Il dibattito sul web tra arrabbiati e polemici, senza polemisti
Senza scomodare Umberto Eco e la sua posizione sugli imbecilli delweb, , ho difficoltà a seguire alcuni post nei vari gruppi che ci
sono a Trieste perché non trovo spesso un esso logico tra i vari commenti.
Polemiche a non finire, molti hanno ragione a prescindere, battute che
raramente fanno ridere, uno risponde al commento comparso dieci posizioni prima
ma senza riferimento alcuno. E così via. In genere si scrive per la volontà di
far prevalere la propria opinione o di imparare qualcosa nella discussione (difficile
in poche righe) oppure dimostrare la propria capacità di ironia o simpatia ce
ne sono pochi). Poi ci sono i polemici e gli arrabbiati contro tutto e tutti, i
più numerosi. Non sarà perché non si sono punti di riferimento sia sul web sia
nella società?
domenica 2 agosto 2015
La forza delle idee: spezzare le gambe?
Sulla pagina Facebook de Il Piccolo, nei commenti dei lettori che seguono l’articolo “Trieste, scoppia l’ennesima rissa: Ausonia Jump chiuso per 15 giorni” compare questo commento a nome di Danilo Slokar :” Kosovari e Rumeni ....ANCORAAAAA ....???!!!!!! L'idea di cominciare a spezzare le gambe potrebbe essere una soluzione ...????". E' lo stesso Danilo Slokar consigliere comunale e capogruppo della Lega Nord al Comune di San Dorligo della Valle? Se sì, è questa la nuova proposta politica della Lega Nord? Aizzare al linciaggio è una proposta politica della Lega Nord? Se sì, evidentemente mettere in primo piano delle belle facce non basta per nascondere l’animo xenofobo e far apparire un’anima violenta che per fortuna non era ancora apparsa. Ma al male non c’è mai limite.Non è accettabile affrontare così il problema della presenza di immigrati e rifugiati, che creano certamente dei problemi prima meno presenti. La Regione Friuli Venezia Giulia e il Comune di Trieste hanno messo in atto numerose misure per affrontare il problema dell'arrivo dei rifugiati e per consentire l'integrazione degli immigrati che sono necessari al mondo del lavoro nel nostro territorio. Altro si potrà fare, anche con la collaborazione dei cittadini e delle comunità degli immigrati e dei rifugiati. Ma non in questo modo, che alimenta solamente quella tensione che può portare alla violenza. Ma la Lega Nord si dissocia?
sabato 18 luglio 2015
La gente per bene e la violenza
Il pestaggio dell'Ausonia. Quelli che hanno capito tutto mi hanno augurato su Triesteprima che la mia progenie venga pestata. La gente per bene tace. Se succedesse un altro episodio di violenza, potremmo recriminare di non aver fatto nulla, " giocato sempre di rimessa e sottovalutato il problema sicurezza, non tanto l'emergenza che a Trieste non c'è, quanto la percezione dell'opinione pubblica...merito anche della stampa"? Il virgolettato riporta l'opinione di un amico.
venerdì 17 luglio 2015
Basta con le risse, basta con le paure
I recenti episodi di violenza a Trieste che hanno visto coinvolti stranieri non sono certo gli unici che son successi nella nostra città, in quanto ce ne sono stati in passato anche solamente tra italiani. Il fatto però che si tratta di stranieri provoca la solita richiesta di repressione, tipica di chi non ha la conoscenza approfondita dei problemi e non ha idee per affrontarli oppure, come è il caso della Lega Nord, “l'offerta” di ronde padane. Queste esprimono più che altro la sottocultura fanciullesca del gioco del poliziotto contro il malvivente. Nella realtà lasciamo fare questo alle Forze dell'Ordine che lo sanno fare bene, anche perché sono i primi a lavorare sulla prevenzione degli incidenti piuttosto che sulla loro repressione.
Ronde e repressione creano un circuito di rancori e diffidenze nelle due parti, ma ancor di più in chi ha una comprensibile difficoltà ad integrarsi e cerca nel gruppo la soluzione ai suoi problemi. Questo diventa così un modo per nascondere le paure, tanto da affidarsi al bullo di turno che diventa l'eroe, anche se negativo, bisognoso di dimostrare in continuo la sua forza, pena la perdita di leadership, fino ad arrivare alla violenza.
L'unico modo di prevenire ulteriori episodi di violenza e impedire un peggioramento degli attuali buoni rapporti tra le comunità presenti a Trieste è l'incontro tra le comunità stesse e i loro rappresentanti, per trovare assieme le soluzioni a una situazione che rischia di essere alimentata solamente per biechi motivi elettorali. Propongo quindi non solo il singolo incontro organizzato per i media, quanto una serie di occasioni per favorire il dialogo e la comprensione reciproca, tanto da instaurare un metodo duraturo di confronto con le persone rappresentative delle comunità, a partire dalla Consulta degli immigrati. Non può essere trascurato però che chi sceglie di venire nel nostro Paese e nella nostra città lo fa non solo per trovare lavoro, m anche perché sceglie e accetta la nostra cultura, le nostre leggi e il nostro stile di vita.
Quando riceviamo un ospite nella nostra casa, gli spieghiamo sempre qualcosa che renda confortevole la sua presenza e non lo lasciamo all'oscuro di tutto ciò che potrebbe creare a lui e a noi qualche problema. Ritengo quindi che spetti a noi triestini fare il primo passo, anche se assieme poi sarà più facile trovare le soluzioni.
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